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domenica 22 marzo 2015

Massimo impegno e massima partecipazione per la manifestazione promossa dalla Fiom per il 28 marzo


Care compagne e cari compagni,

è chiara a tutti l'importanza della riuscita della manifestazione nazionale promossa dalla Fiom per il 28 marzo.
La manifestazione del 28 rappresenta il principale appuntamento per rilanciare, dopo lo sciopero generale di dicembre,  l'opposizione alle politiche del governo Renzi. 
Un obiettivo tanto più necessario dopo l'approvazione  dei primi decreti attuativi del Jobs Act, e mentre il governo va avanti nell' opera di distruzione del welfare, privatizzazione del residuo patrimonio industriale pubblico e dei servizi pubblici locali, attacco alla scuola, smantellamento della Costituzione e della democrazia. 

Come PRC abbiamo peraltro espresso la nostra condivisione all'obiettivo che la Fiom si é data di costruire una coalizione sociale per ricomporre la frammentazione del lavoro e della società,  con la convinzione che quel percorso possa positivamente interagire con la costruzione del soggetto politico unitario della sinistra antiliberista in cui siamo impegnati.

Invitiamo dunque tutte e tutti a contribuire con il massimo impegno alla riuscita della manifestazione.  
Per quel che riguarda i mezzi di trasporto per raggiungere Roma é possibile rivolgersi alle strutture territoriali della Fiom.
Per quel che riguarda le modalità di partecipazione alla manifestazione, l'indicazione é quella di portare le bandiere, stando distribuiti nel corteo con le realtà di lavoro e con i territori di provenienza,  come quasi sempre abbiamo fatto nelle manifestazioni sindacali.

Buon lavoro,

Roberta Fantozzi   Giovanna Capelli


domenica 4 maggio 2014

Manifesto dei comunisti per Tsipras


Noi comuniste e comunisti ci riconosciamo nell’analisi e negli obiettivi fissati nell’APPELLO CONGIUNTO PER LE ELEZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO[i] promosso nell’ambito del GUE a Bruxelles da PCP (Portogallo), AKEL (Cipro) e PCE (Spagna), a cui hanno aderito il PRC e il PdCI per l’Italia ed altre forze comuniste e di sinistra europee come il PCF, Izquierda Unida, il Partito Comunista di Boemia e Moravia, Die Linke, il Bloco de Esquerda portoghese e altri.
Come afferma questo appello, siamo convinti infatti chel’Unione Europea (UE) sta attraversando una profonda crisi in quanto espressione del sistema capitalista e delle sue contraddizioni. Una crisi approfondita dalle politiche di decenni a favore del grande capitale, della finanziarizzazione dell’economia, della circolazione incontrollata dei capitali, della liberalizzazione dei mercati, delle privatizzazioni, degli attacchi ai servizi pubblici, della crescente accumulazione di capitali e dell’incremento dello sfruttamento.
Queste politiche sono state promosse tanto dalle forze politiche della destra e dell’estrema destra, così come dai partiti dalla socialdemocrazia. E continuano oggi anche coi governi di “unità nazionale” o delle “larghe intese”, tra i partiti del PPE e quelli del PSE, in quei paesi dove il consenso per le classi dominanti non è sufficiente per imporre le politiche di austerità. Per lo stesso motivo si blindano le democrazie fin qui conosciute in forme neo-autoritarie e con leggi elettorali sempre più antidemocratiche.
A tutela degli interessi del grande capitale finanziario e contro la democrazia, scendono in campo direttamente le grandi banche d’interesse (come la statunitense JP Morgan) che chiedono esplicitamente la cancellazione delle Costituzioni antifasciste di paesi come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo considerando queste Costituzioni un ostacolo all’integrazione economica capitalista in quanto garantirebbero un’eccessiva tutela ai diritti dei lavoratori.
L’Unione Europea ha ormai dimostrato la sua natura di mera integrazione monetaria tra le potenze capitaliste dell’area, funzionale solo agli interessi dei maggiori gruppi monopolisti. Così come la crisi del capitalismo mette in evidenza i limiti storici del sistema, la crisi dell’Unione Europea dimostra che l’UE non è riformabile nella sua essenza, in quanto struttura neoliberista e militarista.
Un’altra Europa è possibile solo con un cambiamento radicale dei fondamenti su cui la UE è stata costruita. La UE è infatti oggi un’istituzione a-democratica in cui il Parlamento non ha nessun reale potere esecutivo, poiché in cui le decisioni vengono prese in organismi non eletti (anche se ora formalmente si eleggerà il presidente della Commissione la sostanza non cambia) prima di essere imposte dai governi nazionali sulle teste delle classi lavoratrici e dei popoli dei paesi membri, e non solo.
La UE è oggi solo un’istituzione necessaria al capitale finanziario per tentare di limitare la concorrenza interna, a favore dei paesi più forti, e per essere competitivi nei confronti delle altre potenze mondialiSostanzialmente si tratta di un’alleanza traballante tra imperialismi e sub-imperialismi per i quali una vera confederazione sovra-statuale risulta oggi “impossibile”, perché non possono unirsi del tutto politicamente, per lo meno senza l’imposizione di un dominio delle potenze più forti, ma anche “reazionaria”,perché le uniche due cose su cui riescono a trovare sintonia è l’attacco alle masse salariate al proprio interno e il sostegno alle politiche di ingerenza e guerrafondaie verso l’esterno, come dimostra il caso del sostegno al golpe in Ucraina appoggiato da forze neo-naziste.
Come sottolinea l’appello dei partiti comunisti e della sinistra appartenenti al GUE, di fronte alla crisi l’UE promuove il finanziamento delle grandi banche, la trasformazione del debito privato in debito pubblico e il suo uso come strumento di dominio economico e politico; scatenando una violenta offensiva contro i diritti dei lavoratori e i diritti sociali e intensifica il suo percorso neoliberista e militarista – che è determinato dagli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari e dagli Stati dominanti.
Di conseguenza, l’Unione Europea promuove la concentrazione del potere politico nelle mani di un pugno di potenze, rafforza la mancanza di democrazia, il predominio degli Stati dominanti e la divisione in Europa tra un centro “ricco e dominante” e una periferia “impoverita e dominata”.
Questa offensiva impone una regressione sociale di proporzioni storiche, che si riflette chiaramente nei tagli brutali a salari, pensioni e allo stato sociale; nell’aumento della disoccupazione e del lavoro precario – con conseguenze drammatiche per i giovani; in un accesso sempre più restrittivo alla sanità, all’istruzione, al diritto all’abitare; nell’incremento della povertà e dell’esclusione sociale; nel trattamento degli immigrati come potenziali criminali.
Questa offensiva, che è accompagnata da attacchi ai diritti sociali conquistati e, spesso, sanciti nelle Costituzioni nazionali, restringe altri diritti e libertà come i diritti sindacali, i diritti di associazione, di manifestazione e di partecipazione democratica. La democrazia, la sovranità nazionale, il diritto allo sviluppo economico e sociale sono minacciati dai “memorandum d’intesa” della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del FMI, che incrementano lo sfruttamento e impongono relazioni di tipo coloniale, fomentando le disuguaglianze e uno sviluppo asimmetrico, e che portano ad istituzionalizzare e perpetuare il processo di approfondimento dell’Unione Economica e Monetaria.
Sono queste politiche che spianano la strada a nazionalismi reazionari, al razzismo e alla xenofobia, alla rinascita di forze di estrema destra e fasciste che furono sconfitte dalla lotta dei popoli nel XX secolo.
La politica della UE conferma le sue ambizioni come blocco imperialista politico-militare, subordinato alle politiche della NATO e, di conseguenza, degli USA, sostiene l’interventismo militare, la corsa agli armamenti ed è caratterizzata da un atteggiamento di dominio nel mondo, come testimoniano i suoi specifici tipi di accordi commerciali, le sue operazioni di ingerenza e aggressione contro paesi sovrani e il recente Accordo Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti firmato tra gli Stati Uniti e l’UE.
I problemi ambientali e di uno sviluppo sostenibile sono messi in secondo piano, la UE promuove politiche che, mentre nascondono le cause reali della crisi ambientale e impediscono una soluzione reale, cercano di aumentare i benefici dei grandi gruppi economici.
Il percorso della UE e delle sue politiche è consacrato nei suoi differenti Trattati, nel “Patto di Stabilità”, nella strategia “Europa 2020”, negli obiettivi della “Governance Economica”, nelle linee guida del “Semestre Europeo”, nel Fiscal Compact, tutti strumenti basati sulla deregolamentazione economico-finanziaria.
Siamo profondamente convinti che questa strada che si sta imponendo alla classe lavoratrice e ai popoli non è inevitabile. Come dimostrato nella realtà di altri continenti, i processi di cooperazione e integrazione progressiva sono possibili, rispettando i diritti e le aspirazioni dei popoli.
Noi affermiamo che un diverso percorso è possibile per l’Europa. Il primo passo in questa direzione è una rottura profonda con le politiche della UE, con il neoliberismo e il militarismo e con la concentrazione e centralizzazione del potere nelle mani del gruppo delle grandi potenze.
Nel nostro paese il governo Renzi-Alfano ha già dichiarato fedeltà assoluta ai dettami della Troika e la prosecuzione delle politiche di austerità col rispetto dei rigidi vincoli e parametri della UE.
Per difendere posti di lavoro e salari, occorre quindi costruire un ampio e duraturo movimento di lotta e disobbedienza contro i diktat della BCE e i vincoli euro-monetaristi che stanno strozzando milioni di lavoratori, di giovani precari, di disoccupati e di pensionati a basso reddito.
Per fare questo non servono aggregazioni politiche che ambiscano a fare la “sinistra” del centrosinistra, sempre più puntello in Italia e in Europa delle politiche della BCE. Al contrario – come in Grecia, in Francia o in Portogallo –l’esistenza e la visibilità di un partito comunista autonomo e la rottura con le linee politico-economiche dei partiti del PSE sono la pre-condizione per darsi un profilo realmente alternativo e per la crescita di una forte coalizione della sinistra antiliberista ed anticapitalista che chiuda la strada ai rigurgiti delle risposte nazionaliste. Questo è possibile ponendo su un piano di solidarietà internazionale la lotta per un’alternativa di sistema che non può esistere dentro i rigidi vincoli monetaristi del sovra-nazionalismo finanziario della BCE.
Come sostiene l’APPELLO CONGIUNTO PER LE ELEZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO invitiamo quindi i lavoratori e le lavoratrici, i giovani, le donne e in generale i popoli degli Stati membri della UE a dare, nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo, un’espressione elettorale alle forti lotte che stanno combattendo, condannando le forze politiche che sono responsabili delle politiche antisociali e antidemocratiche dell’UE e appoggiando chi, come i firmatari di questo appello, sono accanto a loro nella lotta, per dare voce in Parlamento alle loro aspirazioni, richieste e proteste e che rappresentano una reale alternativa per l’Europa.
Vogliamo portare una voce delle lotte nelle aule del Parlamento Europeo per gridare la nostra opposizione alle politiche di massacro sociale e ai meccanismi di dominio del capitale finanziario quali Fiscal Compact, MES, Six Pack, Two Pack, TTIP e tutti i trattati-capestro decisi nelle Commissioni europee e avallati dalla UE.
Per favorire la ricomposizione di questo ampio fronte di resistenza politica e sociale all’austerity, nel nostro paese sosteniamo da comunisti e con le nostre parole d’ordine questi obiettivi nella lista “L’Altra Europa con Tsipras”.
Per questi motivi chiediamo di appoggiare in questa lista, con un voto di preferenza, le candidature che faranno sentire la presenza dei comunisti e delle comuniste aderendo al GUE-NGL (la sinistra nel parlamento europeo) e che si opporranno alle politiche dei governi liberisti tanto del PPE che del PSE (di cui fa parte il PD), indicando un’alternativa netta al modello dominante e contrastando l’avanzata delle destre fasciste e reazionarie.
I parlamentari europei eletti con la lista “L’Altra Europa con Tsipras” non possono e non devono aderire al gruppo del PSE, quello stesso che ci ha imposto finora le politiche della BCE, spesso in cogestione con il PPE, portando all’attuale catastrofe sociale.
Il trasformismo ha già fatto abbastanza danni al movimento comunista e alle classi lavoratrici italiane ed europee! Con il voto di preferenza possiamo impedirlo!
Senza nessuna ambiguità quindi votiamo la lista “L’Altra Europa con Tsipras”:
- per un partito comunista per l’oggi e per il domani,
- per i candidati comunisti nella lista “L’Altra Europa con Tsipras”,
- al Parlamento Europeo nel GUE e in alternativa a PPE e PSE,
- contro le politiche liberiste della troika UE-BCE-FMI e i governi che le sostengono.
Indichiamo quindi la nostra preferenza unicamente per i candidati comunisti presenti nella lista che possono garantire questa posizione politica.





domenica 13 aprile 2014

IL DEF DI RENZI: DIETRO LA PROPAGANDA AVANTI TUTTA CON L’AUSTERITA’



E’ possibile che la “luna di miele” con il governo Renzi duri ancora un po’ come successe persino per Monti e per il precedente governo Letta. E certo l’esibizione di velocità e decisionismo, la comunicazione spettacolarizzata di Renzi ha una particolare efficacia in un paese in cui è quasi inesistente il conflitto sociale organizzato e che anche per questo continua a cercare l’uomo dei miracoli cui affidarsi. Renzi ha per altro inaugurato il proprio mandato con alcune scelte di un qualche impatto per i settori sociali che hanno pagato in maniera particolarmente dura la crisi: è così per gli 80 euro mensili promessi ai lavoratori dipendenti sotto i 25.000 euro lordi annui, per l’aumento della tassazione delle rendite, per il tetto ai megastipendi dei manager pubblici. Provvedimenti - o meglio annunci - criticabili per la loro parzialità, a partire dall’esclusione inaccettabile dei pensionati come di tanto lavoro autonomo o falsamente autonomo dai benefici fiscali, ma che a fronte della condizione di disagio sociale fortissimo, hanno rappresentato elementi di qualche novità e costruzione di consenso. Le scelte almeno parzialmente condivisibili però finiscono tutte (ma proprio tutte) qui, e tanto più con la presentazione del DEF emerge la complessiva e totale continuità con le politiche di austerità e neoliberiste dei governi precedenti, che anzi vengono rilanciate con maggior forza. Per questo demistificare le operazioni di propaganda che Renzi sta facendo e continuerà a fare, è un obiettivo centrale per far crescere la stessa disponibilità all’avvio di un nuovo ciclo di mobilitazioni.

Il DEF, i vincoli europei, le previsioni macroeconomiche.
Renzi si è presentato come quello che avrebbe “sbattuto i pugni” in Europa sull’austerità. Nella conferenza stampa di presentazione dei primi provvedimenti ha poi detto che avrebbe usato la differenza tra il deficit previsto al 2,6% del Pil e il tetto del 3%. In questo modo si sarebbero reperiti più di 6 miliardi, a copertura dello stesso intervento sull’Irpef.
Renzi, invece nella prima riunione europea ha dichiarato che il “Fiscal Compact è un impegno che il nostro paese ha preso e che confermiamo” con l’inserimento dei relativi parametri nel DEF, e non ha affatto usato la differenza tra il 2,6% e il 3%. Gli obiettivi sul deficit sono del 2,6% nel 2014, dell’1,8% nel 2015, dello 0,9% nel 2016.
Il tutto ha una logica. Se si rispetta il Fiscal Compact non esiste il margine tra il 2,6% e il 3%. Il vincolo del 3% fissato da Maastricht è stato infatti trasformato dal Fiscal Compact nel vincolo al pareggio di bilancio “strutturale” intendendo, con questa espressione, il deficit al netto della cosiddetta componente ciclica e dei provvedimenti una tantum. Il nuovo parametro si considera rispettato se si sta entro il tetto massimo di deficit strutturale dello 0,5% sul Pil. La stessa introduzione del concetto di indebitamento strutturale peggiora il quadro conferendo alla Commissione un potere discrezionale di valutazione di cosa si possa considerare ciclico, e di  definizione per ogni paese di obiettivi diversi a seconda di una serie di parametri. Il DEF prevede al 2016 il pareggio di bilancio strutturale.
Intanto il rispetto del Fiscal Compact significa che i 6 miliardi non ci sono e vanno presi altrove.

Sempre per quel che riguarda i vincoli europei e il rapporto tra debito e Pil, il DEF ne prevede una crescita fino al 2015, tanto al netto quanto al lordo delle quote che l’Italia sta versando - a partire dal governo Monti - al Fondo Salva Stati, quote che devono raggiungere la cifra complessiva  di 125 miliardi pagati in rate annuali.
Il rapporto debito/pil comincia a diminuire invece seccamente dal 2016. Al 2014 è previsto al 134,9%, nel 2015 al 133,3%, nel 2016 al 129,8%, nel 2017 al 125,1% e via calando. Le previsioni sono in sostanza che dal 2016 e poi in tutti gli anni successivi, l’Italia sarà in grado di rispettare la regola del debito del Fiscal Compact che entra in vigore a partire da quell’anno, cioè la riduzione annua di 1/20 della quota eccedente il 60% del rapporto tra debito e Pil.
Perché questo avvenga il DEF si dà l’obiettivo di una crescita dell’avanzo primario, cioè il saldo tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi, dal 2,6% nel 2014 al 3,3% nel 2015, al 4,2% nel 2016, al 4,6% nel 2017, fino al 5% nel 2018, cioè dai 41 miliardi attuali a 90 miliardi del 2018
Ma in tutto questo, il Pil dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2014, dell’1,3% nel 2015, e poi dell’1,7% in media per i 3 anni successivi, trainato dai 10 miliardi di riduzione delle tasse.
Il Def Renzi-Padoan contiene previsioni totalmente non credibili, con una crescita del Pil nel quadriennio 2014-2018 superiore a quella degli anni pre-crisi, mentre continuano le politiche di austerità per il totale rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Spending Review, privatizzazioni, lavoro.
Ovviamente la parte del leone nel rispetto dei vincoli è affidata agli introiti provenienti dalla spending review e dalle privatizzazioni.
Dileguatosi l’utilizzo dello scarto tra il 2,6 e il 3% del deficit, al taglio della spesa è affidata la maggior parte della stessa copertura degli 80 euro in busta paga per il 2014. I “risparmi” sono previsti per 4,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2016, 32 nel 2017 appena inferiori al documento presentato da Cottarelli. In attesa che venga definita fino in fondo la selezione delle misure con cui si concretizzerà il piano Cottarelli, è necessario ricordare anche in questo caso che se i riflettori mediatici vengono concentrati sul (limitato) taglio ai mega stipendi dei manager, non è da questa voce che sono previsti la maggior parte dei “risparmi”(0,5 miliardi). Il piano Cottarelli prevede invece al 2016 oltre ai 7 miliardi di risparmi sull’acquisto di beni e servizi la cui attuazione indolore è tutta da verificare, altri 2 miliardi di tagli ai comuni (0,5 nel 2015), 2 miliardi alle partecipate locali (0,1 nel 2014, 1,0  nel 2015), 1,5 miliardi al trasporto ferroviario (0,3 nel 2014, 0,8 nel 2015), 2 miliardi di tagli ulteriori alla sanità (0,3 nel 2014, 0,8 nel 2015),  1 miliardo per l’allineamento della pensione anticipata delle donne, 3 miliardi per il taglio di 85.000 dipendenti pubblici, nuove misure per accelerare la liquidazione o dismissione delle aziende pubbliche locali.
Sul pubblico impiego, se anche fossero vere le smentite circa un blocco al 2020 della contrattazione collettiva e questo fosse “limitato” al 2017 (questione demandata alla legge di stabilità), siamo di fronte ad un attacco pluriennale devastante: il contratto bloccato dal 2009, nessuna reale stabilizzazione dei precari, blocco del turn-over con una riduzione di addetti che ha portato il nostro paese ai minimi termini in Europa e che non rappresenta altro che un attacco all’occupazione e a diritti essenziali: dalla scuola alla sanità ai servizi territoriali.

Sul versante delle privatizzazioni, Renzi aumenta le stesse poste previste dal governo Letta. Dalla previsioni di privatizzazioni per un valore pari allo 0,5% del Pil si passa allo 0,7% del Pil per il quadriennio 2014-2017. In sostanza da un obiettivo di 32 miliardi di privatizzazioni si passa ad un obiettivo di 46 miliardi al 2017. Al piano Letta di privatizzazioni di Poste, Eni, Tag, Stm, Fincantieri.. se ne aggiungeranno di nuove, mentre il DEF mette in risalto in particolare la necessità di accelerare la dismissione delle partecipate locali anche attraverso la “riforma” del Testo Unico sugli Enti Locali.
Non solo non si trae nessuna conseguenza dal bilancio totalmente fallimentare delle privatizzazioni degli ultimi 25 anni, del depauperamento dell’apparato produttivo che hanno causato e dell’aumento della dipendenza del paese, dei profitti per pochi a danno dei molti, ma si interviene su settori indispensabili per il rilancio di una politica industriale, a partire dall’energia e dai trasporti e si attacca nuovamente la volontà espressa dalla maggioranza degli italiani con il referendum del 2011.
In realtà nell’ulteriore indebolimento dell’apparato produttivo del paese promesso dalle privatizzazioni, al centro della politica del governo non c’è altro che il decreto-lavoro. E’ all’estensione della “acausalità” del contratto a termine e all’eliminazione dell’obbligo di stabilizzazione degli apprendisti, alla definitiva precarizzazione del lavoro che il governo attribuisce il compito di rilanciare la “competitività” del paese. E’ il lavoro povero e senza diritti quello su cui si punta. Ma conta qualcosa il lavoro per Renzi? Che abbia diritti e dignità, certamente no, perché altrimenti non avrebbe approvato il decreto-lavoro. Ed in realtà neppure che ci sia un qualche lavoro. Non pare essere un problema per Renzi che le stesse previsioni ottimistiche del suo DEF ipotizzino una disoccupazione sostanzialmente stabile: all’11,6% nel 2017.
Ce n’è molto più che abbastanza per avviare un percorso di lotte vero. E se ognuno e ognuna di noi è chiamato a fare la sua parte, ci vorrebbe un sindacato che non aspetta di essere distrutto da Renzi mentre rimpiange la concertazione.

martedì 25 marzo 2014

*FABIO AMATO :"FRANCIA NON SOLO LE PEN" * (candidato collegio Centro lista l'altra Europa con Tsipras.)



di Fabio Amato, candidato nel collegio Centro lista L'altra Europa con Tsipras.

Tutti i media europei e naturalmente quelli italiani, danno ampio risalto all’affermazione dell’estrema destra francese alle elezioni municipali in Francia. Un dato sicuramente significativo e preoccupante, anche se limitato ai pochi comuni in cui erano presenti liste della destra nazionalista di Marine Le Pen.
 Il risultato negativo del Partito Socialista Francese era annunciato. Hollande ha deluso non poco le aspettative di cambiamento suscitate con la sua elezione, seguendo come i suoi colleghi socialisti europei la via dell’austerità e dell’obbedienza all’ortodossia neoliberista europea. Ma c’è anche un altro dato, che non è riportato dai media, ed è la presenza di  una opposizione di sinistra al governo socialista, un’opposizione che in più di 100 città, con il Front de gauche, supera il 10% dei voti. Il Front de Gauche non è stato conteggiato in quanto tale, perché hanno purtroppo pesato le divisioni che hanno visto i suoi protagonisti presentarsi diversamente a livello locale, in alcuni casi alleati dei socialisti, in alcuni no. Un errore che non si presenterà alle prossime elezioni europee.
In Francia, come nel resto d’Europa, non c’è solo Le Pen. A contrastare le politiche antipopolari di Hollande e della Troika c’è un’opposizione di sinistra a questa Europa. Un’opposizione che non gioca sul sentimento nazionalista, sulla propaganda xenofoba e razzista contro gli immigrati, ma sul tema della rifondazione democratica e sociale dell’Europa. Sulla disobbedienza ai trattati neoliberisti e alle loro regole che producono recessione economica, disuguaglianza e disoccupazione. Un’opposizione che alle europee sarà unita con il Front de Gauche, nel sostegno alla Sinistra Europea e ad Alexis Tsipras.
La speranza del cambiamento in Europa non passa attraverso il sentimento egoistico di divisione e di isolamento. Può vivere solo con un’unità dei popoli europei che punti a cambiare i trattati, a partire dal Fiscal compact, e a  riconquistare la sovranità popolare sequestrata dai mercati.
È l’unità dei popoli, e non la loro divisione su basi nazionaliste, che può battere l’austerità e la grande coalizione che la sostiene. Sono i movimenti popolari contro l’austerità, come quello  della Marcia della dignità del 22 Marzo in Spagna, anch’essa ignorata dai media nostrani, così come le mobilitazioni in Portogallo e in Grecia contro la Troika. Questa rimozione dell’alternativa progressista all’Europa dell’austerità risponde ad una logica precisa, non è casuale. Presentare le prossime elezioni europee come alternativa fra l’Europa neoliberista della grande coalizione e forze populiste e nazionaliste.
Esiste invece un’altra possibilità, quella rappresentata dalla Sinistra 

Europea e dalla candidatura di Alexis Tsipras,e che in Italia vive nella lista 

l’Altra Europa con Tsipras. La possibilità e la speranza di rimettere in 

discussione radicalmente questa Ue, di riconquistare democrazia e diritti 

sociali, un’altra idea di integrazione, libera dal neoliberismo e dalla paura.


venerdì 13 settembre 2013

La Direzione nazionale di Rifondazione Comunista riunita il 12 settembre 2013,


La Direzione nazionale di Rifondazione Comunista 
riunita il 12 settembre 2013,
Impegna il partito a costruire assemblee sul territorio - e dove possibile mobilitazioni popolari - contro la minaccia di aggressione alla Siria avanzata da USA e Francia. Le nostre parole d’ordine devono essere incentrate sul no alle “guerre umanitarie” e sulla proposta di risoluzione delle crisi e dei conflitti attraverso il dialogo. Ritiene inoltre necessario che il governo italiano ponga il divieto di utilizzo dello spazio aereo italiano a velivoli militari dei paesi che vogliono intervenire militarmente in Siria così come vieti l’uso delle basi italiane a fini di supporto di azioni militari in Siria. Ritiene altresì necessario riaprire una battaglia politica affinché l’Italia esca dalla Nato e che si chiudano le basi militari statunitensi in Italia
Impegna il Partito a dar vita - a partire dal mese di ottobre - alla campagna nazionale sul Piano per il lavoro e la messa in discussione dei trattati europei, che deve essere intrecciata con la Campagna per la difesa e il rilancio della Costituzione. Si tratta di porre il tema dell’occupazione al centro del dibattito politico sia a livello nazionale che territoriale. Sulla base della nostra proposta di Piano per il Lavoro – che deve essere articolata territorialmente e settorialmente - si tratta quindi di coinvolgere sul piano locale tutti i soggetti disponibili, avendo particolare cura nella costruzione di Comitati territoriali che coinvolgano i soggetti colpiti dalla crisi.
Esprime una valutazione molto positiva sull’iniziativa denominata “La via maestra” che ha dato vita all’assemblea dell’8 settembre e ha convocato per il 12 ottobre una manifestazione nazionale per la difesa e l’attuazione della Costituzione e per il lavoro.
Impegna tutto il partito alla più ampia mobilitazione per la manifestazione del 12 ottobre, curando sia la partecipazione alla stessa, sia collaborando con gli altri soggetti interessati per dar vita in ogni città ad  iniziative preparatorie della manifestazione.
Impegna tutti i compagni e le compagne di Rifondazione a collaborare con gli altri soggetti interessati, al fine di costituire i Comitati cittadini per la Costituzione ed il lavoro. Si tratta di costruire sul territorio le condizioni per la prosecuzione di un processo di aggregazione che vada oltre la data del 12 ottobre. Questo anche al fine di verificare la possibilità di dar vita ad uno spazio pubblico di sinistra che veda la partecipazione di tutti e tutte coloro che sono interessate a costruire l’alternativa.
Accoglie l’appello per la manifestazione indetta per il 28 settembre a Palermo dal Comitato Siciliano NO MUOS e aderisce alla manifestazione.
Aderisce alla giornata di mobilitazione “Sfratti zero” lanciata dall’Unione Inquilini per il 10 ottobre ed invita le Federazioni Provinciali a prendere contatto con l’Unione Inquilini per concordare le iniziative.
Accoglie l’appello per la manifestazione del 19 ottobre prossimo proposta da vari soggetti impegnati  dentro le lotte sociali, ambientali, per il lavoro e il reddito e aderisce alla manifestazione.

Approvato a larga maggioranza (un voto contrario e una astensione).

giovedì 11 aprile 2013

DOCUMENTI APPROVATI DALLA DIREZIONE NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA DEL 10 APRILE 2013


 

DOCUMENTI APPROVATI DALLA DIREZIONE NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA DEL 10 APRILE 2013


Care compagne e compagni,
le frammentazioni e la divisione della sinistra italiana sono l’esito della radicale sconfitta sociale e politica degli ultimi decenni, ma anche dei nostri errori soggettivi.
La ristrutturazione capitalistica prima e la crisi economica poi hanno causato un'impressionante regressione delle condizioni di vita delle persone, una crisi sociale che - al contrario di quanto accade in altri paesi europei e nonostante l'aggressione a diritti fondamentali conquistati in un secolo di lotte - non ha prodotto un conflitto sociale adeguato alla fase, anzi, si è determinata una vera e propria eclissi delle organizzazioni di massa. Solitudine, isolamento e un profondo sentimento di impotenza delle lotte difensive costrette a manifestarsi nelle forme più estreme, ne sono la conseguenza.
La medesima ristrutturazione ha investito il sistema politico-istituzionale: l’introduzione del sistema maggioritario e del bipolarismo ha condannato le forze e le culture di sinistra, a dover scegliere ad ogni appuntamento elettorale tra l’impotenza dentro il centrosinistra egemonizzato dal pensiero neoliberista e la testimonianza ininfluente all’opposizione, in un processo di continua erosione della propria credibilità.
Per altro verso i tentativi di riaggregazione che in questi anni abbiamo insistito a promuovere sono stati viziati da limiti soggettivi relativi alla natura stessa dei processi unitari messi in campo. Non si può costruire l’unità a partire da accordi di vertice fra organizzazioni ed aggregazioni che nel corso del tempo si sono divise, senza percorsi reali di condivisione democratica e partecipata di contenuti e priorità. Non si può costruire l’unità solo sulla base delle scadenze elettorali e meno ancora con l’unico obiettivo di superare quorum e sbarramenti con liste improvvisate ed espressione di equilibri incomprensibili ai più. Non si può costruire l’unità sulla base di pregiudiziali ideologiche od organizzative tese a pretendere scioglimenti, abiure ed ulteriori divisioni nelle già troppe organizzazioni esistenti.
Riteniamo sia necessario fare un salto di qualità che non ripeta gli errori del passato.
Per questi motivi la Direzione del PRC ritiene - autocriticamente e conscia dei propri limiti e della propria non autosufficienza - di offrire ad una libera discussione, non predefinita negli esisti, alcune idee che ritiene utili per poter determinare il salto di qualità che tutte e tutti sentono necessario.
1.      sarebbe necessario avviare un processo fondativo di un soggetto politico unitario della sinistra sulla base della costruzione di una piattaforma antiliberista che delinei l’uscita a sinistra dalla crisi, che si connoti per l’autonomia e l’alterità rispetto al centrosinistra, per l’esplicito collegamento con tutto il sindacalismo di classe e i movimenti di trasformazione,  per il riferimento in Europa alla Sinistra Europea e al GUE.
2.      sarebbe importante che tale soggetto assumesse come centrale una piattaforma per la ricostruzione della sovranità popolare e la rifondazione democratica di ogni ambito della vita sociale e politica. Dalla democrazia nei luoghi di lavoro, allo sviluppo della democrazia partecipativa e diretta, alla ripresa di un’iniziativa costante per il sistema proporzionale sul terreno della democrazia rappresentativa.
3.      è indispensabile che il processo di costruzione di tale soggetto, non avvenga in modo  verticista e pattizio ma attraverso il coinvolgimento democratico e partecipato di tutte le persone concordi con gli obiettivi unitari, sulla base del principio una testa un voto. Che il soggetto unitario abbia piena titolarità sulla rappresentanza elettorale. Che le forze organizzate, locali e nazionali, che scelgano di attivarsi per il processo unitario senza sciogliersi, si impegnino a non esercitare vincoli di mandato ed a garantire la libera scelta individuale nell’adesione al nuovo soggetto politico da parte dei propri iscritti e iscritte.
E’ questa la proposta che mettiamo a disposizione del confronto a sinistra, nella convinzione che il popolo della sinistra debba e possa  costruire un nuovo soggetto politico unitario per la lotta, la partecipazione, la trasformazione.

Roma, 10 aprile 2013
La direzione nazionale di Rifondazione Comunista

Rifondazione: serve una svolta

La fase di confusione che regna sul dopo elezioni conferma che non ci troviamo davanti ad una rivoluzione e all'apertura di una nuova fase ma piuttosto davanti alla crisi organica della Seconda Repubblica senza che sia presente una alternativa: noi vogliamo costruirla.

In primo luogo assistiamo al trionfo del politicismo da parte di tutti i soggetti in campo, vecchi e nuovi, con una discussione attorno al nodo del governo che si è rivelata in larga parte finta. Tutti stanno in realtà proseguendo la campagna elettorale e nello stesso tempo la vera posta in gioco su cui si misurano disponibilità ed alleanze è quella del Presidente della Repubblica. Il tema dei contenuti, dei problemi del paese, è del tutto secondario e per certi versi puramente strumentale.

In secondo luogo occorre sottolineare come le posizioni politiche di PD e M5S siano incapaci di fornire una risposta positiva di uscita dalla crisi e di valorizzare il positivo superamento del bipolarismo che le elezioni hanno determinato. E’ assai significativo che i temi della patrimoniale, del blocco dei licenziamenti o della messa in discussione dei trattati europei - a partire dal Fiscal Compact - non siano nemmeno emersi nella discussione. Nel confronto tra PD e grillini, da un lato la proposta del PD era del tutto inadeguata e dall'altro Grillo ha scelto la strada dell'arroccamento contro i partiti invece di aprire un confronto su proposte chiare da opporre al PD. Per altro verso Napolitano ha usato la situazione di stallo per determinare quella vera e propria forzatura costituzionale che è stata la nomina dei 10 "saggi", per riaprire la strada ad un governo di larghe intese che prelude alla prosecuzione delle politiche economiche neoliberiste e ad un ulteriore scardinamento della Costituzione. PD e M5S hanno così concorso pesantemente a determinare un quadro politico che – pur nella sua instabilità - è molto più arretrato di quanto aveva espresso il popolo italiano con il voto.

In parallelo alla vicenda parlamentare italiana stiamo assistendo all'ennesima catastrofica crisi finanziaria dell'area Euro che ha come epicentro - per ora - il sistema bancario cipriota. Nell'evidenziare il positivo ruolo di interdizione che hanno giocato i comunisti ciprioti di AKEL, che unitamente alle altre forze della sinistra sono riuscite a bloccare il primo piano della troica, dobbiamo registrare ancora una volta come le politiche proposte da Bruxelles sotto le direttive della Merkel - nella completa afasia del partito socialista europeo e di Hollande - siano completamente sbagliate e aggravino pesantemente la crisi.

Entrambi questi esempi - nazionale ed europeo - ci parlano della necessità di ridefinire e rafforzare una proposta antiliberista ed anticapitalista in Italia ed in Europa. Ci parlano della necessità di rafforzare il Partito della Sinistra europea, ci impongono una svolta nella vita di Rifondazione Comunista e ci chiedono di dar vita ad una sinistra di alternativa in Italia.

Questa situazione ci parla della contraddizione bruciante tra la necessità oggettiva dell’ alternativa e la nostra debolezza soggettiva, sottolineata dalla pesante sconfitta elettorale di Rivoluzione Civile. Il punto su cui riflettere a fondo riguarda quindi la possibilità di trasformare la necessità dell'alternativa nella maturità dell'alternativa.

La sconfitta elettorale non mette in discussione le ragioni dell'esistenza di Rifondazione Comunista ma ci obbliga ad una forte innovazione, ad una svolta. Non mette in discussione le ragioni dell'esistenza di Rifondazione innanzitutto perché il tema comunismo è più che mai attuale dentro questa crisi organica del capitale che mostra appieno la sua incapacità a dare una risposta alle domande di democrazia, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. In secondo luogo perché Rifondazione Comunista rappresenta un tessuto di militanza e di intelligenza politica indispensabile per qualsiasi progetto di alternativa.

Per determinare la svolta abbiamo deciso di dar vita ad uno "Straordinario Congresso" da tenersi entro la fine dell'anno.

1)   Un congresso preceduto da una fase di riflessione aperta e approfondita sui nodi di fondo del nostro progetto politico, che sfoci in una conferenza programmatica entro l’estate. Per questo abbiamo deciso - a partire dalla presa d'atto della nostra sconfitta elettorale - che occorre definire meglio il nostro progetto, la nostra ragion d'essere, il nostro modo di funzionare, dando vita ad una vera e propria svolta. Si tratta di una discussione sui nodi di fondo della presenza comunista e della sinistra in Italia che parta dalla individuazione e dalla correzione dei nostri errori. Una discussione che  vogliamo fare con tutti e tutte coloro che sono interessati alla costruzione di una sinistra di alternativa. La Direzione nazionale invita tutti  i compagni e le compagne a partecipare ai seminari organizzati dalla commissione nazionale per il Congresso ed invita le Federazioni e i Circoli ad organizzare in sede locale momenti di approfondimento specifico.

2)   L'attività di riflessione teorica si deve però coniugare con una discussione di fondo sul nostro modo di essere, di funzionare e con il necessario rinnovamento dei gruppi dirigenti. A partire dalla pesantezza della crisi, dalla difficoltà ad organizzare una adeguata risposta popolare alle politiche neoliberiste, dal venir meno di ogni finanziamento pubblico, occorre ridefinire completamente il modo di funzionare del partito per renderlo efficace e sostenibile nel tempo. Occorre ridefinire i punti centrali di iniziativa politica: dal radicamento sociale a partire dai luoghi di lavoro, alla capacità di costruire conflitto sociale, collegamento tra le lotte, generalizzare le esperienze di mutualismo e solidarietà dal basso, per arrivare ad una più efficace e costante iniziativa sul terreno culturale come su quello della formazione e della comunicazione. Occorre rifondare la struttura organizzativa del PRC, ripensandola radicalmente.

3)   La rifondazione teorica e organizzativa di Rifondazione si coniuga nel nostro progetto politico con la proposta di fondare un soggetto politico unitario della sinistra di alternativa, costruito dal basso in forme democratiche e partecipate, nei termini descritti nella lettera aperta ai compagni e alle compagne di sinistra. Il rilancio di Rifondazione Comunista deve procedere parallelamente alla costruzione, anche in Italia, di una forte sinistra antiliberista, che trovi nella Sinistra Europea e nel Socialismo del XXI Secolo il suo naturale punto di riferimento. Tale proposta è ispirata dalla disponibilità del PRC a cedere la propria sovranità sul piano della rappresentanza elettorale ad un soggetto politico unitario della sinistra che sappia mettere al centro contenuti di lotta e programma di uscita da sinsitra dalla crisi, senza più cadere nella logica e nelle lusinghe del sistema maggioritario e bipolare, che per sua natura tende a dividere e condannare la sinistra all'impotenza sia nella collocazione interna sia in quella esterna al centrosinistra. La proposta non è quindi volta a dettare condizioni o a erigere steccati di nessun tipo. Allo stesso tempo prende atto e cerca di superare, anche in senso autocritico, i limiti e gli errori che hanno determinato il fallimento, fino ad oggi, di tutti i progetti politici ed organizzativi che si proponevano l'unità della sinistra. In particolare l'idea che si potesse promuovere l'unità dall'alto, con accordi pattizi fra gruppi dirigenti, e quella secondo la quale ogni unità doveva essere preceduta dallo scioglimento previo dei soggetti politici esistenti, che ha sempre e solo provocato scissioni ed ulteriore frammentazione.

La Direzione nazionale ritiene altresì necessario intrecciare questa attività di riflessione e di approfondimento con la ripresa dell'iniziativa politica e propone quindi a tutto il Partito:

1)            Un forte impegno nella campagna elettorale per le elezioni amministrative del prossimo 26/27 maggio a partire dalle realtà più importanti come quella di Roma. La nostra presentazione alle elezioni, in quasiasi forma avvenga, deve avere al centro punti programmatici discriminanti come la difesa dei servizi pubblici locali contro le privatizzazioni, il ruolo delle istituzioni locali contro la crisi e per un welfare di prossimità a favore dei cittadini più deboli, per la democrazia partecipativa contro la riforma liberista degli EELL.
2)            Una campagna politica, che facendo leva sulla distanza tra il palazzo e i problemi della gente, rilanci le nostre proposte politiche sul terreno sociale così come il tema del proporzionale, contro le ipotesi di ulteriore riduzione degli spazi democratici e ristrutturazione regressiva del sistema politico – istituzionale.

3)            Un forte impegno nella campagna referendaria di Bologna contro il finanziamento pubblico delle scuole private previsto per il 26 maggio.

4)            La rimessa al centro del nostro lavoro politico il tema della ripresa del conflitto sociale. Abbiamo sottolineato il peso nello stesso esito elettorale dell’assenza di conflitto sociale nel paese e su questo dobbiamo agire sia localmente, sia operando per la piena riuscita della manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per il 18 maggio p.v. In questo quadro la Direzione nazionale ritiene necessario aprire immediatamente la discussione sul prossimo congresso della Cgil tra i compagni e le compagne iscritte, al fine di favorire la costruzione di una sinistra sindacale che proponga un netto cambio di indirizzo politico e sindacale.

5)            L'organizzazione su tutto il territorio nazionale di assemblee sulla costruzione della sinistra di alternativa, a partire dalla lettera aperta approvata da questa direzione, che coinvolgano il complesso degli interlocutori - individuali e collettivi - della sinistra.

6)            L'organizzazione entro le metà di aprile di una prima riunione dei segretari regionali sull'autoriforma del partito che apra – in rapporto con la Commissione Politica per il Congresso - un ampio percorso di discussione finalizzato all’organizzazione di un appuntamento nazionale in cui si ridefinisca la struttura, il modo di funzionamento del partito, le forme di autofinanziamento.

7) Il lancio su tutto il territorio nazionale della campagna di tesseramento al Partito della Rifondazione Comunista per il 2013.

In questo quadro di ripresa del lavoro politico, particolare attenzione e cura deve essere dedicata ai compagni e alle compagne e al partito in quanto tale. Per questo, oltre agli attivi e alle assemblee già convocate ed in via di convocazione, la Direzione Nazionale decide di aprire sul sito del partito due spazi di confronto orizzontale, che superino ogni barriera gerarchica e territoriale. In primo luogo uno spazio di confronto tra i compagni e le compagne sulla politica, a partire dai documenti approvati da questa direzione nazionale. In secondo luogo uno spazio di socializzazione delle pratiche del partito dai circoli alle federazioni ai regionali.

Su questa strada di rifondazione della rifondazione, la Direzione Nazionale decide di convocare per il 5 maggio una assemblea nazionale dei segretari di circolo.


La Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista