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domenica 1 febbraio 2015

SANITAS TOSCANA “…EST DIVISA IN PARTES TRES…” (La Sanità toscana divisa in tre zone)



Siamo fortemente preoccupati, dopo quest’operazione la Toscana sarà divisa in tre sottoregioni sanitarie governate da tre sub assessori direttamente dipendenti dal Presidente. “Un disegno centralista ed autoritario,” per citare un articolo del Dr. Gavino Maciocco su Salute Internazionale


Un disastro. Alla fine della legislatura il governatore Rossi, prono ai voleri di austerità del Presidente del Consiglio, si appresta sconvolgere l’intero sistema  sanitario regionale: 3 Asl invece di 12  i cui ambiti coincideranno con le tre Aree Vaste Nord Ovest, Centro e Sud Est, più le tre Aziende Ospedaliere Universitarie. A dirigerle il Direttore di Area Vasta, nominato dalla Giunta Regionale, a cui è affidata la programmazione, l’attribuzione delle risorse, il monitoraggio, la verifica dei piani operativi della nuova Asl e dell’Azienda  Ospedaliera Universitaria di riferimento.
Nel frattempo dal 1 marzo decadranno i Direttori generali, Sanitari Amministrativi e dei Servizi Sociali, verranno nominati dalla Giunta regionale tre Commissari e 12 Vice commissari che traghetteranno il vecchio impianto verso il nuovo.
Questo è il quadro. Si mette in atto in fretta e furia una riforma radicale e di importanza fondamentale per il SSR solo per “fare cassa” dopo i tagli  del Governo Renzi ai trasferimenti alle Regioni: questo è chiaro dalla lettura della relazione finanziaria dove si dice
-        che il nuovo assetto organizzativo sarà razionalizzato e semplificato ottimizzando l’uso delle risorse attraverso la riduzione dei costi sia di funzionamento che di erogazione delle prestazioni sanitarie.

-        che tale riduzione non è quantificabile e che ad oggi i risparmi sono solo quelli ottenuti con il “venir meno” degli organi di direzione delle 12 ASL, per un totale di € 2,740.000 circa.



Ecco, si spiana un Sistema Sanitario regionale per avere subito 2.740.000 euro, poi non  si sa.
Gli artefici delle ulteriori riduzioni di costi, ricordiamo, di funzionamento e di erogazione delle prestazioni sanitarie, saranno in questi mesi i Commissari che  come si legge all’art. 10, “curano il processo di fusione” “semplificando i processi” “ razionalizzando le risorse” “riorganizzando il personale”, su quest’ultimo punto “ facendo ricorso anche alla legge 135/2012 nei casi di eccedenza di personale. E quale sarà il braccio armato dei Commissari per effettuare le analisi organizzative per raggiungere quanto sopra? i vice commissari.
Questo avremo nei prossimi mesi: i Commissari riorganizzeranno analizzando dove tagliare risorse patrimoniali e umane, attraverso i vice commissari che non altra funzione avranno se non quella di tagliatori di teste: ci sono 1000 pensionamenti da portare avanti, a detta di Rossi, e se poi c’è ancora eccedenza, si passa alla mobilità, e poi c’è il patrimonio immobiliare, anche lì accentrando accentrando e poi vendendo, qualcosa si raggranellerà, vero Presidente?
Come si può pensare di ridurre il personale dopo anni di blocco del turn over, con servizi il cui organico a volte  coincide con i servizi minimi essenziali da garantire in caso di sciopero! Come si può pensare che ciò non comporti anche una dequalificazione dei servizi offerti al cittadino!

E il futuro assetto? Un fiorire di Dipartimenti interaziendali, strutture elefantiache che programmeranno, coordineranno attraverso altri Dipartimenti e Comitati di Dipartimenti. In questo marasma a un certo punto si parla di consolidamento delle Zone Socio Sanitarie o Società della Salute, ma non si dice altro, e noi ci chiediamo ma come saranno, a quale livello di autonomia e che ambito avranno all’interno di questo enorme territorio che, nel nostro caso, va da Massa all’Elba. Dal giornale invece si apprende della volontà di far scomparire l’Ospedale per farne uno trizonale con tre sedi, quindi anche la futura ( se ci sarà) Società della Salute sarà trizonale? E dell’Ospedale a Riotorto del quale le Amministrazioni precedenti si sono tanto riempite la bocca , non se ne sa più niente?
Altre cose ci inquietano in questo processo di riassetto. Notiamo una spinta verso la privatizzazione quando nei “Principi del riordino” si parla  di “valorizzazione del sistema del volontariato” ma soprattutto di “valorizzazione ed integrazione degli operatori privati accreditati nelle strategie del sistema sanitario regionale”: fine del sistema pubblico, si delegano al privato compiti propri dell’assistenza diretta pubblica, tipo la specialistica e la diagnostica, non solo, ma il privato, cosa gravissima a nostro avviso, verrà inserito nelle scelte strategiche del sistema pubblico, quindi nelle decisioni! Una vergogna!
Nella spinta verso la delega al privato dobbiamo inserire anche il costituendo Dipartimento della Medicina Generale composto dai rappresentanti dei Medici di Famiglia: con tutto il rispetto per i medici di famiglia che tanta parte hanno nelle nostre vite, dobbiamo considerare però che questa categoria è “privata, in quanto è legata al SSR da una Convenzione. Allora ci chiediamo: con questo Dipartimento, pubblico,  una categoria “ privata” gestirà soldi “pubblici”? Oppure?
Non si sa niente di niente, questo è il fatto, se non che avremo davanti mesi di inerzia e immobilismo nell’attesa che i Commissari consegnino nelle mani dei Direttori tre Asl svuotate di quasi tutto, presumibilmente.

                                                    
                                 
Rifondazione Comunista
Circolo “V. Corallini”
Via Marco Polo 4
57025 Piombino
tel /fax 0565 221429

link correlato :articolo del Dr. Gavino Maciocco su Salute Internazionale



  


martedì 15 aprile 2014

Situazione Lucchini Piombino: Comunicato stampa di Fabrizio Callaioli candidato a Sindaco di Rifondazione Comunista, post assemblea pubblica FIOM-FIM-UILM del 14 aprile 2014



Ieri, Renzi, dopo aver consultato Berlusconi, ha nominato Moretti, quello delle Ferrovie dello Stato (che addirittura doveva diventare ministro), la Marcegaglia, già presidente di Confindustria, nonché la costruttrice Todini, berlusconiana di ferro, ai vertici delle aziende di Stato. Contemporaneamente,in piazza Gramsci, i sindacati recitavano il de profundis della fabbrica. Ormai niente più lotte (come se fossero mai iniziate),si ragiona solo di ammortizzatori sociali. Il governo (e quindi il PD) non vuole lotte, sennò poi magari le multinazionali che lo appoggiano si potrebbero arrabbiare. Quindi non si apre un dibattito, terminato l’epitaffio della siderurgia si spengono i microfoni: non un’analisi sul fatto che, proprio dalla Marcegaglia in giù, sono in tanti a tifare per la chiusura di Piombino, perché se si chiude l’altoforno, qualcun altro si prenderà la produzione di 4 milioni e mezzo di tonnellate di acciaio all’anno; la ricchezza dei Piombinesi si sposterà nelle tasche di altri. Nardi, che ormai da tempo non ha la nostra fiducia, non è l’unico responsabile, egli non è un semplice curatore fallimentare incaricato dal tribunale, è un commissario nominato dal governo, ed è chiaro che le sue scelte sono concordate con il governo, a partire dal vice ministro De Vincenti. Questa crisi ha un nome (privatizzazione) e un cognome (libero mercato); si fa passare l’idea che l’Italia possa fare a meno di una programmazione e di un tessuto industriale, di cui l’acciaio è la prima fibra costituente. L’unica soluzione è ribellarsi alle attuali politiche imposte dall’unione europea e ritornare all’intervento dello Stato nell’economia e per questo bisogna andare a votare per chi, come Tsipras, in Europa vuol contrastare gli interessi delle multinazionali. Se, a differenza di noi, il governo non vuole la nazionalizzazione della fabbrica, che almeno trovi un compratore vero e serio, ma non ha mai avuto l’intenzione di fare né l’una né l’altra cosa perche Federacciai vuole Piombino chiusa in barba all’interesse nazionale.

Il candidato Sindaco
Partito Rifondazione Comunista
Fabrizio Callaioli

Foto di Repertorio tratta da rete internet pubblicata da amministratore blog senza scopo di lucro

domenica 13 aprile 2014

IL DEF DI RENZI: DIETRO LA PROPAGANDA AVANTI TUTTA CON L’AUSTERITA’



E’ possibile che la “luna di miele” con il governo Renzi duri ancora un po’ come successe persino per Monti e per il precedente governo Letta. E certo l’esibizione di velocità e decisionismo, la comunicazione spettacolarizzata di Renzi ha una particolare efficacia in un paese in cui è quasi inesistente il conflitto sociale organizzato e che anche per questo continua a cercare l’uomo dei miracoli cui affidarsi. Renzi ha per altro inaugurato il proprio mandato con alcune scelte di un qualche impatto per i settori sociali che hanno pagato in maniera particolarmente dura la crisi: è così per gli 80 euro mensili promessi ai lavoratori dipendenti sotto i 25.000 euro lordi annui, per l’aumento della tassazione delle rendite, per il tetto ai megastipendi dei manager pubblici. Provvedimenti - o meglio annunci - criticabili per la loro parzialità, a partire dall’esclusione inaccettabile dei pensionati come di tanto lavoro autonomo o falsamente autonomo dai benefici fiscali, ma che a fronte della condizione di disagio sociale fortissimo, hanno rappresentato elementi di qualche novità e costruzione di consenso. Le scelte almeno parzialmente condivisibili però finiscono tutte (ma proprio tutte) qui, e tanto più con la presentazione del DEF emerge la complessiva e totale continuità con le politiche di austerità e neoliberiste dei governi precedenti, che anzi vengono rilanciate con maggior forza. Per questo demistificare le operazioni di propaganda che Renzi sta facendo e continuerà a fare, è un obiettivo centrale per far crescere la stessa disponibilità all’avvio di un nuovo ciclo di mobilitazioni.

Il DEF, i vincoli europei, le previsioni macroeconomiche.
Renzi si è presentato come quello che avrebbe “sbattuto i pugni” in Europa sull’austerità. Nella conferenza stampa di presentazione dei primi provvedimenti ha poi detto che avrebbe usato la differenza tra il deficit previsto al 2,6% del Pil e il tetto del 3%. In questo modo si sarebbero reperiti più di 6 miliardi, a copertura dello stesso intervento sull’Irpef.
Renzi, invece nella prima riunione europea ha dichiarato che il “Fiscal Compact è un impegno che il nostro paese ha preso e che confermiamo” con l’inserimento dei relativi parametri nel DEF, e non ha affatto usato la differenza tra il 2,6% e il 3%. Gli obiettivi sul deficit sono del 2,6% nel 2014, dell’1,8% nel 2015, dello 0,9% nel 2016.
Il tutto ha una logica. Se si rispetta il Fiscal Compact non esiste il margine tra il 2,6% e il 3%. Il vincolo del 3% fissato da Maastricht è stato infatti trasformato dal Fiscal Compact nel vincolo al pareggio di bilancio “strutturale” intendendo, con questa espressione, il deficit al netto della cosiddetta componente ciclica e dei provvedimenti una tantum. Il nuovo parametro si considera rispettato se si sta entro il tetto massimo di deficit strutturale dello 0,5% sul Pil. La stessa introduzione del concetto di indebitamento strutturale peggiora il quadro conferendo alla Commissione un potere discrezionale di valutazione di cosa si possa considerare ciclico, e di  definizione per ogni paese di obiettivi diversi a seconda di una serie di parametri. Il DEF prevede al 2016 il pareggio di bilancio strutturale.
Intanto il rispetto del Fiscal Compact significa che i 6 miliardi non ci sono e vanno presi altrove.

Sempre per quel che riguarda i vincoli europei e il rapporto tra debito e Pil, il DEF ne prevede una crescita fino al 2015, tanto al netto quanto al lordo delle quote che l’Italia sta versando - a partire dal governo Monti - al Fondo Salva Stati, quote che devono raggiungere la cifra complessiva  di 125 miliardi pagati in rate annuali.
Il rapporto debito/pil comincia a diminuire invece seccamente dal 2016. Al 2014 è previsto al 134,9%, nel 2015 al 133,3%, nel 2016 al 129,8%, nel 2017 al 125,1% e via calando. Le previsioni sono in sostanza che dal 2016 e poi in tutti gli anni successivi, l’Italia sarà in grado di rispettare la regola del debito del Fiscal Compact che entra in vigore a partire da quell’anno, cioè la riduzione annua di 1/20 della quota eccedente il 60% del rapporto tra debito e Pil.
Perché questo avvenga il DEF si dà l’obiettivo di una crescita dell’avanzo primario, cioè il saldo tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi, dal 2,6% nel 2014 al 3,3% nel 2015, al 4,2% nel 2016, al 4,6% nel 2017, fino al 5% nel 2018, cioè dai 41 miliardi attuali a 90 miliardi del 2018
Ma in tutto questo, il Pil dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2014, dell’1,3% nel 2015, e poi dell’1,7% in media per i 3 anni successivi, trainato dai 10 miliardi di riduzione delle tasse.
Il Def Renzi-Padoan contiene previsioni totalmente non credibili, con una crescita del Pil nel quadriennio 2014-2018 superiore a quella degli anni pre-crisi, mentre continuano le politiche di austerità per il totale rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Spending Review, privatizzazioni, lavoro.
Ovviamente la parte del leone nel rispetto dei vincoli è affidata agli introiti provenienti dalla spending review e dalle privatizzazioni.
Dileguatosi l’utilizzo dello scarto tra il 2,6 e il 3% del deficit, al taglio della spesa è affidata la maggior parte della stessa copertura degli 80 euro in busta paga per il 2014. I “risparmi” sono previsti per 4,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2016, 32 nel 2017 appena inferiori al documento presentato da Cottarelli. In attesa che venga definita fino in fondo la selezione delle misure con cui si concretizzerà il piano Cottarelli, è necessario ricordare anche in questo caso che se i riflettori mediatici vengono concentrati sul (limitato) taglio ai mega stipendi dei manager, non è da questa voce che sono previsti la maggior parte dei “risparmi”(0,5 miliardi). Il piano Cottarelli prevede invece al 2016 oltre ai 7 miliardi di risparmi sull’acquisto di beni e servizi la cui attuazione indolore è tutta da verificare, altri 2 miliardi di tagli ai comuni (0,5 nel 2015), 2 miliardi alle partecipate locali (0,1 nel 2014, 1,0  nel 2015), 1,5 miliardi al trasporto ferroviario (0,3 nel 2014, 0,8 nel 2015), 2 miliardi di tagli ulteriori alla sanità (0,3 nel 2014, 0,8 nel 2015),  1 miliardo per l’allineamento della pensione anticipata delle donne, 3 miliardi per il taglio di 85.000 dipendenti pubblici, nuove misure per accelerare la liquidazione o dismissione delle aziende pubbliche locali.
Sul pubblico impiego, se anche fossero vere le smentite circa un blocco al 2020 della contrattazione collettiva e questo fosse “limitato” al 2017 (questione demandata alla legge di stabilità), siamo di fronte ad un attacco pluriennale devastante: il contratto bloccato dal 2009, nessuna reale stabilizzazione dei precari, blocco del turn-over con una riduzione di addetti che ha portato il nostro paese ai minimi termini in Europa e che non rappresenta altro che un attacco all’occupazione e a diritti essenziali: dalla scuola alla sanità ai servizi territoriali.

Sul versante delle privatizzazioni, Renzi aumenta le stesse poste previste dal governo Letta. Dalla previsioni di privatizzazioni per un valore pari allo 0,5% del Pil si passa allo 0,7% del Pil per il quadriennio 2014-2017. In sostanza da un obiettivo di 32 miliardi di privatizzazioni si passa ad un obiettivo di 46 miliardi al 2017. Al piano Letta di privatizzazioni di Poste, Eni, Tag, Stm, Fincantieri.. se ne aggiungeranno di nuove, mentre il DEF mette in risalto in particolare la necessità di accelerare la dismissione delle partecipate locali anche attraverso la “riforma” del Testo Unico sugli Enti Locali.
Non solo non si trae nessuna conseguenza dal bilancio totalmente fallimentare delle privatizzazioni degli ultimi 25 anni, del depauperamento dell’apparato produttivo che hanno causato e dell’aumento della dipendenza del paese, dei profitti per pochi a danno dei molti, ma si interviene su settori indispensabili per il rilancio di una politica industriale, a partire dall’energia e dai trasporti e si attacca nuovamente la volontà espressa dalla maggioranza degli italiani con il referendum del 2011.
In realtà nell’ulteriore indebolimento dell’apparato produttivo del paese promesso dalle privatizzazioni, al centro della politica del governo non c’è altro che il decreto-lavoro. E’ all’estensione della “acausalità” del contratto a termine e all’eliminazione dell’obbligo di stabilizzazione degli apprendisti, alla definitiva precarizzazione del lavoro che il governo attribuisce il compito di rilanciare la “competitività” del paese. E’ il lavoro povero e senza diritti quello su cui si punta. Ma conta qualcosa il lavoro per Renzi? Che abbia diritti e dignità, certamente no, perché altrimenti non avrebbe approvato il decreto-lavoro. Ed in realtà neppure che ci sia un qualche lavoro. Non pare essere un problema per Renzi che le stesse previsioni ottimistiche del suo DEF ipotizzino una disoccupazione sostanzialmente stabile: all’11,6% nel 2017.
Ce n’è molto più che abbastanza per avviare un percorso di lotte vero. E se ognuno e ognuna di noi è chiamato a fare la sua parte, ci vorrebbe un sindacato che non aspetta di essere distrutto da Renzi mentre rimpiange la concertazione.

lunedì 16 settembre 2013

Ilva, l’unica soluzione è nazionalizzare



Ilva, l’unica soluzione è nazionalizzare

 di Vincenzo Comito – il manifesto -

Se si volesse istituire un premio al peggior imprenditore (o padrone che dir si voglia) italiano, cosa che riteniamo auspicabile, bisognerebbe intanto mettersi d’accordo sui criteri di base da prendere in considerazione per la scelta.
Ovviamente, accanto agli indicatori di natura più strettamente aziendale (qualità della strategia, risultati in termini di fatturato, utili, finanza, ecc.), bisognerebbe considerare anche i rapporti con l’ambiente di riferimento dell’azienda (prendendo in conto quelli con il territorio, con i sindacati, con le autorità pubbliche nazionali e locali, con i media), assegnando a questi ultimi un forte peso sul totale dei punti da considerare.
Si potrebbe assegnare un primo premio assoluto e poi, trovandoci in Italia, terra delle mini aziende, uno speciale per le piccole e medie imprese (i due premi potrebbero anche essere cumulabili). Bisognerebbe poi considerare, almeno per il primo anno, non solo i risultati più recenti, ma anche quelli passati. Per semplificare la scelta potremmo trascurare i personaggi già in pensione, perché altrimenti la lotta diventerebbe durissima.
I candidati al trofeo per il primo anno non mancherebbero di certo e ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta: ci vengono in mente, in prima battuta, personaggi come Marchionne, Tronchetti Provera, Ligresti, ovviamente Berlusconi, i Benetton, Riva, Ciarrapico ( avete visto in televisione l’ultima trasmissione di Presa Diretta su questo ultimo personaggio)? Ma probabilmente abbiamo dimenticato qualcuno. Dovremmo in effetti considerare gran parte del gotha (si fa per dire) dell’industria italiana.
Ma dopo una lotta serrata (Berlusconi sarebbe evidentemente da considerare fuori concorso), vista anche la mossa recente del primo che ha cercato di mandare a casa 1.400 dipendenti in una volta sola, la palma dovrebbe andare senza dubbio all’ex (speriamo) magnate dell’acciaio, anche per le molto più grandi dimensioni del gruppo Riva-Fire; riconosciamo peraltro che le imprese di Ligresti e Ciarrapico non sono certo da sottovalutare, ricordando anche che i due sono anche stati sulla scena vittoriosamente per molti decenni. A Marchionne potrebbe essere comunque attribuito il gran premio speciale della giuria per la carriera.
Cosa sta veramente succedendo
E veniamo ai fatti degli ultimi giorni. Come è ampiamente noto, nel maggio del 2013 la gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha emesso un ordine di sequestro per 8 miliardi e cento milioni di euro nei confronti della famiglia Riva, come sanzione per gli illeciti profitti conseguiti negli anni con il mancato rispetto delle norme ambientali in essere.
Dopo un primo sequestro nelle scorse settimane per più di un miliardo, nei giorni scorsi la guardia di finanza di Taranto ne ha effettuato un altro per 916 milioni. A seguito di questa azione il gruppo Riva ha annunciato la cessazione di tutte le attività facenti capo alla Riva Acciaio, con la conseguente dichiarazione di oltre 1.400 esuberi. Le attività interessate (sette stabilimenti e due società di sevizi) non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva, già da tempo commissariata. Si tratta invece di diversi impianti di produzione elettrosiderurgica, tutti dislocati nel Nord Italia e che costituiscono in qualche modo il nucleo storico delle produzioni da cui i Riva sono partiti per poi prendere in mano anche gli stabilimenti tedeschi e l’Ilva.
Ci si può chiedere il perché della mossa di Riva, che può sembrare per alcuni versi disperata e per altri senza senso. In effetti, con l’ultimo sequestro, i magistrati hanno anche individuato un custode giudiziario, Mario Tagarelli. Apparentemente, se abbiamo capito bene, spetterà a lui e non ai Riva di decidere sulla sorte degli stabilimenti e dei suoi dipendenti.
Ma allora perché tutta questa agitazione? Il fatto è che, plausibilmente, con le sue mosse, Riva cerca di mobilitare, approfittando della confusione scatenata nell’opinione pubblica, qualche membro dell’attuale governo a lui amico (non ne mancano certo nell’attuale compagine ministeriale, così come non ne mancavano certo nei governi precedenti a partire dall’ineffabile Clini, per non risalire allo stesso Berlusconi); in particolare, egli spera che il dossier Riva-Ilva sia sottratto quanto più possibile alla magistratura e affidato alla cura amorevole dei politici. Chissà così che, alla fine, i vecchi proprietari non riescano ancora ad inviare all’estero qualche soldo. In effetti si sono subito sentite parole infuocate di sostegno ai Riva da parte della Federacciai, della Confindustria, della Lega, di membri del Pdl, di alcuni commentatori televisivi e così via. Vediamo cosa succederà nei prossimi giorni. Ma le prime dichiarazioni di Zanonato, anima tormentata, non ci sembrano molto confortanti.
Cosa bisognerebbe fare
Al momento in cui, grazie alla magistratura, è scoppiato lo scandalo Ilva, si è pensato che l’unico problema fosse quello ambientale, certamente per molti versi comunque molto grave. I Riva hanno cercato di contrapporre, con la complicità anche di una parte almeno del governo, della stampa e del sindacato, la questione ambientale a quella del lavoro. Poi si è scoperto che nel mondo esistono tanti impianti che contemperano i due temi e che le tecnologie già oggi disponibili permettono quasi di fare dei miracoli in proposito.
Al momento sembra che i lavori di messa a norma di Taranto procedano in qualche modo, ma non ci è del tutto chiaro da dove l’attuale commissario riuscirà a prendere tutti i soldi necessari per portarli a compimento. Si era parlato di almeno quattro miliardi di euro.
Comunque, si è poi scoperto che, dietro il problema ambientale, se ne nascondeva uno altrettanto grave costituito dalla situazione del mercato e della progressiva incapacità dei Riva di tener testa a dei concorrenti sempre più agguerriti e sempre più grandi.
Fusioni, arrivo delle grandi imprese asiatiche, integrazione a monte con il business delle miniere, mondializzazione della presenza commerciale e produttiva, chiusura degli impianti non economici, sono alcune delle mosse che i grandi gruppi internazionali, mobilitando tra l’altro grandi capitali, stanno perseguendo per cercare di sopravvivere. La Riva Fire è diventata ormai una presenza trascurabile anche nel solo mercato europeo.
La scelta del commissariamento da parte del governo, che ora da più parti, tra l’altro anche dalla Fiom, si chiede di estendere alla Riva Acciai, rappresenta da questo punto di vista, in ogni caso, solo una misura di emergenza. Bisogna pensare ad un nuovo collocamento strategico se vogliamo che sopravviva. Su questo fronte il commissario non può fare molto, assorbito come è dai problemi di tutti i giorni e comunque senza un mandato adeguato.
Siamo da tempo convinti che l’unica soluzione perché la società stia a galla durevolmente è una nazionalizzazione dell’intero perimetro aziendale; ad essa dovrebbe seguire rapidamente, un ripensamento del collocamento e della struttura proprietaria ed organizzativa dell’intera siderurgia italiana (non è in difficoltà solo l’Ilva), con l’apertura di trattative per arrivare ad un accordo di integrazione con un altro grande gruppo, plausibilmente asiatico (coreano o cinese che sia). Fuori da tale soluzione, nulla salus, almeno ci sembra.